
Jorge Mendes (a sinistra) insieme a Cristiano Ronaldo
A molti il nome Jorge Mendes non dirà niente. Si dà il caso che sia considerato uno dei procuratori più potenti del mondo, se non il più potente. Il tanto elogiato Mino Raiola è un principiante al confronto. La scuderia di Mendes è ricca, in tutti i sensi. Ecco una possibile formazione costruita con i suoi assistiti, quasi tutti portoghesi e brasiliani: Hilario; Pepe, Thiago Silva, Ricardo Carvalho, Bruno Alves; Marquez, Deco, Anderson; Di Maria, Nani, Cristiano Ronaldo. Per la panchina rimangono Paulo Ferreira, Tiago, Simao, Quaresma, Giovanni Dos Santos, Vela. Come allenatore si potrebbe comodamente scegliere tra Mourinho, Scolari e Maradona. Non male vero? Forse un po’ sbilanciata in avanti, ma averne di rose così.
Jorge Mendes è arrivato a gestire le sorti di tutti questi campioni praticamente da solo. Prima ha aperto una serie di locali e discoteche. Poi ha conosciuto un giocatore, poi un altro e un altro ancora. Da lì il passo è stato breve grazie alla fondazione nel 1996 della sua società, la GestiFute. Ora, 15 anni dopo, gestisce un patrimonio in risorse umane e calcistiche di circa 400 milioni di euro. Per capire quanto vale il lavoro di un procuratore basta sapere che per il trasferimento di CR7 dal Manchester al Real Madrid (94 milioni di euro, il più pagato della storia del calcio), Mendes si è intascato la modica cifra di 5,2 milioni.

L'Atahotel Executive di Milano. Qui tutte le estati avvengono le contrattazioni del calciomercato
Tutto lecito, tutto normale. La figura del procuratore ha iniziato a crescere negli anni ’90 e ha contribuito non poco a trasformare i calciatori in divi. Per le società però non è stata proprio una manna il fiorire di intermediari più o meno affidabili. Innanzitutto, dal momento che il procuratore incassa una percentuale sia sul trasferimento che sull’ingaggio del suo assistito, le compravendite si sono moltiplicate. Così come le richieste di adeguamenti contrattuali. Il tutto ha contribuito a trasformare uno sport in un modello di business con pochi eguali al mondo. E a moltiplicare gli introiti dei giocatori. Il modello della loro crescita è semplice nella sua vorticosità viziosa: più giocatori ha un procuratore, più soldi guadagna. Più soldi guadagna, più è potente. Più è potente, più soldi farà guadagnare a chi vorrà i suoi servigi. Più soldi farà guadagnare, più calciatori lo assumeranno.
Presidenti e dg delle varie società devono contattare loro per fare il mercato. Ormai non si sceglie più un calciatore in base alle sue caratteristiche tecnico-tattico-comportamentali, ma anche per il procuratore. Se lo conosci bene e hai già fatto affari con lui in passato, è più probabile che l’affare vada in porto. E quindi ti fiondi sul suo giocatore piuttosto che corteggiarne un altro. Proprio qui sta il problema. Il procuratore fa il mercato non per il bene delle squadre o dei tifosi, ma per il tornaconto suo e del suo campione. Ecco che si comprendono molti trasferimenti difficilmente spiegabili in zone come Dubai, l’Uzbekistan, e quellogli Stati Uniti.

Mino Raiola (a destra) insieme a Zlatan Ibrahimovic
Sulla questione le opinioni sono differenti, ovvio. Luciano Moggi l’anno scorso disse: “Raiola è un genio. Insieme a lui avrei costruito la squadra più forte del mondo”. Il riferimento era a Carmine “Mino” Raiola, procuratore di Nedved, Ibrahimovic, Balotelli e Robinho, per citarne alcuni. Colui che ha portato Ibra dall’Ajax alla Juve, dalla Juve all’Inter, dall’Inter al Barcellona e dal Barcellona al Milan. Sempre lui, secondo i più maliziosi, ha ideato una triangolazione per vestire Balotelli di rossonero: uno o due anni al Manchester City e poi via, verso Milanello. Vedremo. Resta il fatto che non tutti apprezzano i suoi modi. Joan Laporta, ex presidente del Barca, ha più volte ripreso Raiola per le sue dichiarazioni contro Guardiola (“E’ più probabile che se ne vada lui che Ibra”) e Messi (“A Barcellona tutti dicono che Ibra se ne deve andare. Perché non cedono Messi invece?”). E dopo questa dichiarazione di lesa messità si beccò pure del “mafioso” dalla stampa catalana. Siamo proprio sicuri che i procuratori piacciano a tutti?